C’è un grande potere, scopre Sophie Mackintosh, nel prendere qualcosa di familiare –così familiare che non lo vediamo più chiaramente –, spostarlo in un luogo confinante con il nostro mondo e poi metterlo a fuoco sempre più da vicino finché non riusciamo a vedere altro. In Biglietto blu siamo in un paese senza nome dove le ragazze, quando hanno le prime mestruazioni, ricevono o un biglietto bianco, se devono avere figli, o blu se non ne avranno mai. I due gruppi di ragazze sono poi separati e di solito non si vedranno più. In questo mondo autoritario e patriarcale solo le cose che si vedono da vicino – un vestito, una bevanda, il bagagliaio di un’auto, il medaglione che contiene un biglietto che ogni donna deve portare, e soprattutto il corpo femminile – sono dettagliate. Tutto il resto è vago. È un mondo onirico, incentrato su una sorta di vivida, claustrofobica miopia a sua volta circondata da una crudeltà indifferente. Calla, una “biglietto blu” che ha deciso di volere un bambino a tutti i costi, fugge e si ritrova in un bosco buio, in una casa con una vecchietta che brandisce strumenti di vita e di morte. Il libro è narrato dal punto di vista di Calla, e la voce narrante sembra incanalare dannosi cliché sulle donne senza figli. Aida
Edemariam, The Guardian
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Questo articolo è uscito sul numero 1427 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati